ORIENTAMENTO SCOLASTICO

Normalmente quando si parla di orientamento scolastico si pensa a “Come scegliere la scuola giusta per ogni ragazzo o ragazza”. Questa sera vorremmo fare un passo avanti rispetto a questa prospettiva e affiancare a questo quesito un altro interrogativo, a nostro avviso sano e realistico, ossia “Come rendere ogni ragazzo o ragazza capace di affrontare ogni scuola al meglio”.

Quindi dalla prospettiva di cercare la scuola più adatta al ragazzo, alla prospettiva di rendere il ragazzo più capace in ogni scuola.

Per guidarvi in questo cambiamento di prospettiva parleremo di:
• Effetto Pigmalione: gli effetti ambivalenti delle aspettative
o Effetto Utopico
o Effetto Etichetta
o Effetto Alone
• Lo studente strategico
• Il genitore strategico

EFFETTO PIGMALIONE (o LA PROFEZIA CHE SI AUTOAVVERA)

“Gli effetti della profezia che si autodetermina sono così potenti da influenzare non solo la persona che vi crede, ma anche le persone e l’ambiente circostanti”.

A questo proposito risultano illuminanti gli studi condotti da Rosenthal e Jacobson (1968) sul potere di influenzamento che l’opinione degli insegnanti relativamente all’intelligenza dei propri alunni esercita sullo sviluppo intellettivo e le capacità di apprendimento degli stessi. Nelle ricerche eseguite dai due illustri sperimentatori, agli insegnanti venivano forniti test di intelligenza manipolati dagli sperimentatori, grazie ai quali alcuni bambini venivano “profetizzati” come particolarmente dotati da un punto di vista scolastico. Alla fine dell’anno scolastico, in perfetta linea con la “profezia” lanciata dagli sperimentatori, le prestazioni di questi bambini risultavano significativamente migliori di quelle degli altri.

Quindi, cosa era successo durante l’esperimento? Gli insegnanti avevano ricevuto dagli sperimentatori, molto stimati, delle valutazioni molto positive su alcuni ragazzi. Le valutazioni fatte da sperimentatori illustri non possono che apparire come valutazioni di indiscusso valore e rigore scientifico: verità.

Così gli insegnanti non avevano potuto che essere influenzati dai risultati dei test ricevuti e non avevano potuto che cambiare il loro punto di vista sui ragazzi che erano stati definiti come “potenzialmente” capaci, nonostante le apparenze. Così gli occhi dei professori erano stati stimolati a cogliere tutti quei piccoli segnali di capacità, abilità, competenza, genialità che gli ignari ragazzi avrebbero mostrato nel corso dei giorni di scuola. La prospettiva dei professori, nonostante il loro sano scetticismo, era dunque quella di chi si aspetta di essere positivamente sorpreso da chi pensavano non avesse sorprese da manifestare.

I test avevano orientato lo sguardo dei professori così che davanti ad un risultato dubbio fosse assunta piuttosto la prospettiva del bicchiere mezzo pieno e non del bicchiere mezzo vuoto: dello studente capace e non dello studente incapace. Un compito sbagliato sarebbe diventato facilmente il lavoro di un ragazzo che sta migliorando piuttosto che il lavoro di un ragazzo che non vuole o non può capire.

COME ERA POTUTO ACCADERE

Rosenthal e Jacobson fecero poi ulteriori riflessioni su come tutto ciò avesse potuto manifestarsi e ne dedussero alcune considerazioni molto pratiche. La prima è che i professori avevano dato più chance ai ragazzi ritenuti “capaci in base ai test”: avevano dato più tempo o si erano resi disponibili a secondi tentativi davanti a compiti non ben riusciti. La seconda è che i professori avevano guardato di più e più attentamente i ragazzi ritenuti “capaci in base ai test”. La terza è che i professori avevano interagito di più con i ragazzi ritenuti “capaci in base ai test”. È così che quei ragazzi, più coinvolti, più spronati, più stimati avevano costruito la loro maggiore capacità.
Naturalmente tutto quello che è stato detto per i professori può essere riproposto per i genitori. Ogni volta infatti che un genitore riceve una valutazione “di rigore scientifico” sulle capacità o incapacità di proprio figlio agisce inevitabilmente per confermarle. E lo fa proprio mettendo in opera quanto fatto dai professori di cui sopra: chance, sguardi e tempi. E’ così che i genitori costruiscono il futuro dei propri figli.
Qualcuno potrebbe scandalizzarsi di tutto ciò! Qualche professore o genitore potrebbe sentirsi offeso e umiliato che anche solo si pensi che tutto ciò possa essere vero. Eppure tutto ciò è vero. Quello che possiamo fare è solo prenderne atto e decidere di usare attivamente queste conoscenze sul nostro funzionamento di esseri umani.
In gergo tutto ciò viene detto “la profezia che si autodetermina o si autoavvera”. Ed esprime la nostra capacità e irresistibile tendenza di esseri umani ad agire per confermare le nostre aspettative piuttosto che metterle in discussione. Vediamo che implicazione ha tutto ciò in relazione all’orientamento scolastico.

LE TRE MANIFESTAZIONI DELL’EFFETTO PIGMALIONE

Le manifestazioni pratiche dei principi emersi grazie agli esperimenti di Rosenthal e Jacobson sono essenzialmente tre:
• Effetto utopico
• Effetto etichetta
• Effetto alone

EFFETTO UTOPICO

È quello che si ha quando, davanti ad un ragazzo che appare poco capace, genitori, insegnanti e servizi offrono aiuti di ogni sorta con l’idea che nonostante tutto quel ragazzo abbia diritto ad essere aiutato, affinché si tenti il tutto per tutto. La logica ordinaria vorrebbe che una situazione come questa fosse scevra da ambivalenze. Un ragazzo o una ragazza poco capaci ricevono aiuto per sviluppare maggiori capacità. Dove sta il problema? Tuttavia, anche in questo caso ci sono risvolti imprevedibili, non ordinari, di un agire apparentemente razionale. Quando si dà aiuto, un aiuto speciale, ad un ragazzo o ad una ragazza, senza rendersene conto e con le migliori intenzioni, gli si comunicano due messaggi: il primo, più evidente, è “Ti aiutiamo perché crediamo in te” (Stima); il secondo, meno evidente e più subdolo, è “Ti aiutiamo proprio perché sappiamo che da solo non puoi farcela” (Disistima). Questo secondo messaggio è quello che nel tempo fa si che il ragazzo o la ragazza si sentano sempre meno capaci ovvero sempre più incapaci. Tanto più vengono aiutati, tanto più si conferma nella loro testa la percezione di essere incapaci. Solo gli incapaci ricevono aiuti speciali.
Capiamo bene che questo mette a dura prova il buon senso. Tuttavia, sulla scia delle parole di Oscar Wilde “E’ con le migliori intenzioni che si sono commessi i peggiori disastri”, pensiamo che chi ci ascolta possa capire che in queste considerazioni non vi è accusa, ma anzi desiderio di avviare un pensiero critico che produca azioni più funzionali proprio per i ragazzi. Non ci interessa la realtà, ma la funzionalità o meno delle nostre considerazioni e azioni.

EFFETTO ETICHETTA

È quello che si ha quando davanti ad un ragazzo una ragazza che abbia una diagnosi o un’etichetta di “incapace” o di “disturbatore” genitori e insegnanti sono, involontariamente, portati a cogliere tutto ciò che conferma la diagnosi o l’etichetta e a trascurare ciò che invece la metterebbe in discussione. L’essere umano è portato a riconoscere piuttosto che a conoscere. Quindi, non c’è da meravigliarsi se genitori e insegnanti sono portati a escludere ciò che s-conferma e includere solo ciò che conferma. Così può accadere che ad un colloquio con un professore, il genitore di un ragazzo “disturbatore” induca il professore stesso a riferirgli di tutte quelle situazioni in cui il ragazzo è stato disturbatore, andando così a confermare l’etichetta di disturbatore. In certi casi, anche se il professore riferisce di occasioni in cui il ragazzo non ha disturbato, il genitore è portato a considerare queste come “eccezioni” che confermano la regola piuttosto che “eccezioni” che mettono in discussione la regola. Il genitore potrà pensare che “E’ proprio un ragazzo volontariamente cattivo, in quanto sa essere buono, ma decide per lo più di non esserlo”. È così che anche se il ragazzo si sforzasse di essere “non disturbatore”, non ricevendo riscontri positivi di questi suoi “comportamenti diversi” sarebbe poco incentivato a cambiare se stesso.

EFFETTO ALONE

È quello che si manifesta nei confronti di un ragazzo o di una ragazza “bravi”. Strano a dirsi, ma anche nei loro confronti l’effetto Pigmalione può scagliarsi in modo rovinoso con le sue ambivalenze. Ammettiamo infatti che una ragazza si sia distinta in alcune materie per le sue ottime performance scolastiche. Inoltre, è una ragazza ordinata, gentile e onesta. I professori apprezzano queste sue qualità e cercano di valorizzarla. Creano involontariamente intorno a lei un “alone” di aspettative positive. I docenti la guardano con un occhio di riguardo. Non la risparmiano, la stimolano. Tuttavia, un giorno accade che la ragazza brava sbagli un compito. A tutti può succedere. In virtù dell’effetto alone, docenti e genitori sono portati a pensare che sia un calo fisiologico di concentrazione e la sollecitano a prendersi più tempo per fare il compito a riguardare con calma la materia. Non c’è fretta, per professori e genitori. Tuttavia, l’effetto è che la ragazza sente la pressione di essere una brava. Già si da tanto da fare per essere brava e se sbaglia deve darsi da fare ancora di più per continuare a dimostrare che professori e genitori non si sono sbagliati: “Lei è una brava”. Essere “brava” quindi comincia a diventare un po’ pesantuccio. È un titolo che va mantenuto. Tuttavia, più si vuole ottenere qualcosa meno lo si ottiene. È così che un bravo può cominciare a sentire che forse non è poi così bravo: è normale. Ma ormai è troppo tardi e non riesce più a spogliarsi di quella identità. Più sbaglia più deve lavorare per recuperare, ma più lavora per recuperare forzandosi al risultato meno lo ottiene. Queste situazioni possono sfociare in veri e propri disturbi da “ipercontrollo”.
Lo smacco è che, di nuovo, tutto era stato fatto con le migliori intenzioni, ma si sono ottenuti i peggiori effetti.
Naturalmente, sarebbe troppo semplice pensare di poter smettere di “etichettare” nel bene e nel male. L’effetto Pigmalione esiste e sempre esisterà. Tuttavia, a nostro avviso si può cercare di non dargli troppo peso e avviare, invece, al suo fianco una pratica diversa che ci aiuti a compensare gli effetti ambivalenti delle etichette. Ossia piuttosto che cercare di capire “che tipo di ragazzo o ragazza è ” domandarsi “come posso aiutarlo o aiutarla a costruirsi in modo funzionale alla vita”. Abbandonare l’idea che sia possibile conoscere la verità sul ragazzo o sulla ragazza e abbracciare l’idea che sia possibile aiutarli a costruirsi “capaci e adatti” a qualsiasi vita o scuola il destino gli porrà davanti.

LO STUDENTE STRATEGICO

Ci piace pensare che lo studente capace e adatto a qualsiasi vita o scuola è quello che è stato portato, parafrasando il nostro insegnante Giorgio Nardone “dal dovere dello studio al piacere di studiare”. Un tale ragazzo infatti ha un atteggiamento nei confronti della realtà scolastica e della vita in generale che lo porta a prendere tutto quello che può essergli utile. Si passa cioè dall’idea della scuola come “officium” (fatica doverosa) a quella della scuola come “studium” (fatica utile).
Ma come aiutare un ragazzo o una ragazza a prendere questa via? A nostro avviso un ruolo importante è quello del genitore, che a sua volta sarà invitato ad assumere un atteggiamento “strategico”.
IL GENITORE STRATEGICO
In relazione alla scuola, il genitore strategico è colui che agisce per rendere il figlio uno studente strategico. A parole sembra facile. Basterebbe dire al proprio figlio o figlia: “Già che vai a scuola, sfruttala per ottenere da essa il meglio che puoi, affinché tu sia più preparato alla vita”. Ma purtroppo … se le spiegazioni fossero sufficienti, allora non avremmo organizzato queste serate e voi non vi avreste partecipato. Quello che conta sono le esperienze “strategiche” che riusciamo a far fare ai nostri figli affinché, senza rendersene conto, diventino “studenti strategici”.
Ecco alcune indicazioni che abbiamo proposto durante la serata. Le prime sono nei confronti di se stessi, come adulti, le seconde nei confronti dei figli, le terze nei confronti dei professori o insegnanti.

AZIONI (O PAROLE) NEI CONFRONTI DI SE STESSI

Un compito pratico e imprescindibile è il primo: immagina di scrivere una lettera a tuo figlio dal titolo “Quello che vorrei dirti su ciò che è utile per la vita”. Spesso, infatti, i genitori sono portati dalla routine a valorizzare il “cosa” e non il “come” in relazione alla formazione scolastica dei figli. Il “cosa” sono le materie o le esperienze didattiche. Il “come” invece riguardo il modo in cui il figlio vivrà la scuola. È chiaro che questa lettera non andrà consegnata al figlio, non la capirebbe. Ma scriverla produce nel genitore importanti considerazioni.
Esistono scuole in cui la materia insegnata non sembra in linea con le richieste del futuro, in cui tuttavia il modo in cui le attività saranno svolte sembra invece molto adatto a far maturare nel ragazzo le competenze giuste per vivere una buona vita. Qualsiasi sarà il futuro. Saper riconoscere queste virtù in una scuola è un compito del genitore. Il figlio non le noterebbe!

AZIONI (O PAROLE) NEI CONFRONTI DEI FIGLI

1. Accettare che l’effetto Pigmalione esiste e che ogni volta che ci provvediamo di una valutazione esterna su nostro figlio o che una valutazione ci viene data possiamo incorrere in effetti paradossali.

a. L’aiuto speciale ad un ragazzo o ragazza poco capaci tende a renderli ancora meno capaci
b. Davanti ad un ragazzo etichettato come incapace o disturbatore si tende a vedere solo ciò che conferma l’etichetta
c. Nei confronti di un ragazzo bravo si tende ad indurlo a sopravvalutarsi o sottovalutarsi (o considera se stesso bravo quando non lo è e quindi non accetta quando la vita gli dimostra le sue incapacità o non si considera mai abbastanza preparato e quindi non riesce a valorizzarsi né a concedersi tregue dallo studio)

2. Osservare senza intervenire: davanti ad una valutazione ricevuta prendersi il tempo di osservare il figlio e domandarsi quali prove confermano la valutazione e quali no.

3. Riflettere sugli effetti che avrebbe condividere con i ragazzi la valutazione ricevuta (rinforzare o meno l’effetto Pigmalione)

4. Decidere di riferire delle valutazioni ottenute non tanto ciò che riteniamo o meno vero, ma ciò che riteniamo o meno utile per stimolare il ragazzo a diventare uno studente strategico

5. Rimettere la scelta della scuola nelle mani del figlio, affinché davanti ad una difficoltà non possa addurre come scuola che i genitori hanno la responsabilità della scelta. naturalmente, a questo va affiancato un accurato e strategico lavoro di orientamento del figlio a valutare tutti gli aspetti di una scuola

AZIONI (O PAROLE) NEI CONFRONTI DEI PROFESSORI

1. Ricordarsi che anche gli insegnanti, per quanto bravi e professionali possano essere, sono suscettibili dell’effetto Pigmalione. L’insegnante in gamba sa bene che la valutazione non coincide con il ragazzo, ma a volte è messo nella condizione di dare valutazioni. Fa parte della sua professione valutare e quindi correre i rischi insiti negli effetti ambivalenti dell’effetto Pigmalione.

2. Durante i colloqui adottare delle “aperture” che facilitino l’emergere di ciò che apparentemente non è coerente con la valutazione. Esempio “Ho notato che mio figlio di recente ha un approccio diverso alla scuola. Quali segni di ciò si sono manifestati anche a scuola?”. Essere curiosi delle eccezioni!

3. Sapere bene che tutto quello che un genitore dice del figlio ad un professore influenza il professore nella sua valutazione del ragazzo o ragazza. Quando il genitore narra che di tratti di fatti o di interpretazione dei fatti, nella testa del docente è facile che le cose si mescolino”. È così che le preoccupazioni dei genitori sono prese per “realtà”.

CONCLUSIONI

Così si conclude la nostra relazione di una serata che ci ha molto coinvolto e rapito nel dialogo con i genitori presenti. Il tema ci è molto caro e sappiamo di non essere stati esaustivi. Tuttavia, riteniamo di aver fornito utili spunti di riflessione.

2018-05-20T07:40:10+00:00
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