LA CAPACITA’ DI ASCOLTO IN MEDICINA

La capacità di ascolto era la prima virtù di un grande medico. In tutte le medicine, dall’alba dei tempi a oggi, il medico è sempre stato artigiano dell’ascolto. L’ascolto delle persone, l’ascolto dei problemi, l’ascolto delle famiglie, l’ascolto dei maestri, l’ascolto dei colleghi. Con l’avvento della tecnologia, qualcosa è cambiato, ma l’ascolto è rimasto. Ora, all’alba di un nuovo mondo all’insegna dell’intelligenza artificiale, è lecito domandarsi se la capacità di ascolto svanirà o dovrà piuttosto cambiare.

 

LA CAPACITA’ DI ASCOLTO E’ INNATA

La capacità di ascolto l’abbiamo tutti. Passiamo le nostre giornate ad ascoltare. E non potremmo fare altrimenti, dal momento che se non ascoltassimo non riusciremmo a interagire con il mondo e con gli altri. Se non avessimo la capacità di ascolto non sapremmo esaudire le richieste degli altri né ricevere i servizi che gli altri svolgono per noi. Se non avessimo la capacità di ascoltare non sapremmo interagire con il mondo attorno a noi. Non sapremmo metterci al riparo dalle minacce e dai pericoli. Ci perderemmo tutte le cose importanti, utili e belle della vita.

Tutti gli esseri viventi sono dotati della capacità di ascolto. Senza ascolto non c’è vita.

 

L’ASCOLTO COME PROFESSIONE

Ci sono esseri umani la cui capacità di ascolto è molto addirittura “professionale”. E’ raffinata, precisa e rigorosa fin dall’inizio o deve diventarlo presto per svolgere bene il lavoro.

Quando si svolgono certe professioni infatti è il dettaglio che fa la differenza. La capacità di ascolto delle sfumature e dei colori è necessaria.

Il professionista è colui che sa ascoltare il generale senza perdersi il particolare.

Sono i calcoli precisissimi degli ingegneri che consentono di costruire altissimi grattacieli o lunghi ponti. È l’attenzione al centesimo di grammo che consente al pasticcere di cucinare piatti prelibatissimi.

 

LA CAPACITA’ DI ASCOLTO PROFESSIONALE DELLE DISGRAZIE

Tra gli ascolti professionali ce n’è uno assolutamente peculiare: l’ascolto professionale delle disgrazie. Questo ascolto è un ingrediente necessario per svolgere le professioni sanitarie.

Per un medico saper ascoltare in modo professionale un disgrazia può significare distinguere tra una situazione urgente e una no, tra una grave e una no, tra una standard e una eccezionale.

Il piccolo particolare colto da un ascolto professionale è quello che orienta le scelte terapeutiche. È sul dettaglio che si formulano le diagnosi, le prognosi e le terapie.

Ascoltare le disgrazie in modo professionale è difficile.

Si devono ascoltare sempre cose spiacevoli. Il medico non è pagato per prestare attenzione ai successi delle persone, ma ai loro insuccessi, non al bello della vita, ma al brutto, non al piacere, ma al dolore, alla paura, alla rabbia. Le persone davanti al medico si impegnano a dire solo e soltanto ciò che non va. E non possono fare altrimenti.

Quando un medico domanda ad una persona “Come va?”, è inevitabile che la persona si concentri solo e soltanto su ciò che non va, trascurando volontariamente ciò che va.

 

LA DIFFICOLTÀ DI ASCOLTARE SEMPRE DISGRAZIE

La difficoltà sta nel fatto che il medico deve gestire accuratamente non solo la raccolta delle informazioni, ma anche la loro percezione.

Il cervello del medico, come quello di tutti noi esseri umani, non riflette su ciò che sente, ma su ciò che percepisce. E la percezione è l’elaborazione delle sensazioni.

Ad esempio c’è una persona che ha un problema di salute. Il medico la visita. Le informazioni entrano nella testa del medico e cominciano ad essere interpretate in base alle esperienze o alle nozioni precedentemente acquisite. Le esperienze di vita professionale e personale,  le nozioni acquisite sui libri. Il rigore del medico sta nel gestire, governare il processo di attribuzione di senso alle sensazioni che ha acquisito.

Una ferita brutta va curata, una ferita bella può essere anche solo osservata. E non conta quello che la ferita sembra, ma quello che la ferita è.

La capacità di ascoltare dunque non è solo la capacità di incamerare informazioni sensoriali, ma anche e soprattutto quella di creare a partire dalle informazioni una sintesi del problema che faccia emergere dove e come si può agire per risolverlo.

 

LA MEDICINA ANTICA

Fino a qualche secolo fa, il medico non aveva altro che i suoi sensi per valutare le persone e i loro problemi di salute. Tutto quello che poteva fare era spalancare occhi, naso, orecchie, pori della pelle, papille gustative e raccogliere più informazioni possibili. La medicina era la capacità di ascolto del medico. Le persone per secoli hanno pensato che il medico fosse colui che sapeva e in realtà era colui che sapeva in quanto  ascoltava.

 

LA MEDICINA CINESE COME ESEMPIO DI MEDICINA ANTICA

Una conferma di ciò si ha studiando attentamente la medicina cinese e i suoi 4 metodi diagnostici. È una medicina ancora praticata e diffusa in tutto il mondo. In essa la valutazione e rivalutazione clinica viene fatta solo e soltanto tramite i sensi del medico.

Per mettere in atto una terapia corretta e sfruttare al massimo le qualità di questa medicina il medico deve fare una rigorosa valutazione sensoriale del paziente. Se si cerca di sostituire la valutazione basata sui sensi con una valutazione basata sulla tecnologia non si riescono a costruire terapie altrettanto efficaci.

Il medico cinese palpa il polso e il corpo, osserva la lingua e il colorito della persona. Sente i suoni emessi e gli odori emanati. Domanda e ascolta la descrizione del problema e delle caratteristiche della persona. E in base alle informazioni raccolte costruisce il suo intervento terapeutico.

Quello che avviene in realtà è qualcosa per noi occidentali appare“strano”, quasi magico.

Le informazioni multisensoriali si associano e creano ad un certo punto un “quadro della situazione”. Come se fosse il frutto di una intuizione. Ed è davanti a questo quadro della situazione che il medico elabora la sua strategia terapeutica. Nel quadro sono presenti elementi ricorrenti in tante persone ed elementi unici e originali di quella persona specifica.

Nel quadro compaiono il protocollo e le eccezioni.

Così la terapia messa in atto è calzata sul problema, ma al tempo stesso adattata alla persona.

Tutto ciò accade ancora oggi dopo secoli, anzi millenni.

E dalle esperienze fatte sostituire i sensi di un medico esperto in questa medicina antica con le tecnologie diagnostiche più moderne non produce scelte terapeutiche migliori. L’agopuntura fatta in base ai sensi del medico adeguatamente formato è più efficace dell’agopuntura fatta in base agli esami strumentali come RX, RMN, TAC, Ecografia, Esami ematochimici.

 

LA MEDICINA OCCIDENTALE MODERNA

Diverso invece è quanto è accaduto e accade in medicina occidentale moderna.

Per scegliere la compressa giusta, svolgere l’intervento chirurgico corretto, mettere in atto la fisioterapia adatta, medici e terapisti agiscono guidati dagli esami strumentali. Il terapeuta basa sempre più spesso le sue scelte terapeutiche e prima ancora le sue valutazioni diagnostiche sugli esiti degli esami, piuttosto che sulle impressioni maturate attraverso si suoi sensi.

Le linee guida internazionali nei vari ambiti della medicina fanno seguire le scelte terapeutiche agli esiti degli esami strumentali. Fanno eccezione alcuni parametri antropometrici o fisici la cui valutazione si il ricorso ai sensi, ma per misurare e non per sentire.

E questo è un fatto.

La medicina occidentale moderna era basata sui sensi,

mentre oggi è basata sulla tecnologia.

 

I SENSI UN TEMPO ERANO SUFFICIENTI

Il passaggio dai sensi alla tecnologia non è stato casuale. E’ stato inevitabile evoluzione. La medicina occidentale moderna da anni ormai ha rivolto il suo interesse a ciò che è interno e invisibile, piuttosto che a ciò che è esterno e visibile. A ciò che ancora non è, piuttosto che a ciò che già è.

All’inizio i medici occidentali hanno sviluppato la capacità di valutare gli organi interni dall’esterno. Ad esempio, la misura dell’area cardiaca tramite la percussione del torace. La misura delle dimensioni del fegato attraverso la percussione del torace e la palpazione del margine libero addominale. La capacità di ascolto a quei tempi era raffinatissima.

I medici occidentali, solo 50 anni fa, sapevano valutare la consistenza del fegato e la sua fibrosità dalla sola palpazione addominale. Oggi noi medici occidentali non siamo più in grado di farlo allo stesso modo.

 

LA TECNOLOGIA COME PROGRESSO

Ma questo non è accaduto per negligenza. Anzi, fu proprio l’intraprendenza dei medici occidentali che hanno cercato di costruire macchine capaci di colmare le propri carenze sensoriali, in modo da evidenziare le alterazioni del corpo in una fase sempre più precoce.

Gli esami strumentali un tempo erano poco affidabili e dovevano giustamente essere di semplice supporto al medico, oggi sono molto affidabili e possono piano piano sostituire il medico.

 

LE MACCHINE GARANTISCONO CONTINUITÀ

Se l’essere umano è capace di prestazioni di altissimo livello, tuttavia non sempre è in grado di garantire la continuità delle sue stesse prestazioni.

Il medico può distrarsi, può essere stanco, può stare male lui stesso. E in quel momento la sua performance professionale potrebbe oscillare.

Il medico può non essere aggiornato rispetto ad un recente perfezionamento delle linee guida internazionali e non per negligenza, ma per la difficoltà di rimanere al passo con i tempi.

La persona che soffre può involontariamente sviare il medico, trascurare un dettaglio importante, dissimulare, interpretare. E il medico può non essere capace di distinguere tra le sensazioni che la persona riporta e le sue interpretazioni.

Medico e paziente sono entrambi diventati poco affidabili.

Ecco perché i protocolli diagnostici e terapeutici sono sempre più vincolati ai riscontri degli esami strumentali piuttosto che alle valutazioni del medico o ai sintomi del paziente.

E come diceva Aristotele: “Siamo quello che facciamo ripetutamente”.

Ossia, se il medico si abitua a sostituire i suoi sensi con gli esami ottiene due effetti: da una parte impara a usare le macchine con sempre maggior raffinatezza e cura, dall’altra disimpara a valutare il paziente con i propri sensi.

 

MA QUESTO NON CI STUPISCE

Riassumendo, in medicina occidentale le terapie più efficaci ed efficienti sono sempre più spesso basate sugli esami strumentali. Nelle medicine antiche, come la medicina cinese, le terapie più efficaci ed efficienti furono e rimangono quelle costruite sui sensi.

Ma questo non ci stupisce, dal momento che anche gli strumenti terapeutici occidentali sono cambiati nel tempo, mentre quelli cinesi sono rimasti sempre gli stessi. Il bisturi di un tempo non è il bisturi di oggi, l’ago di agopuntura di un tempo è l’ago di agopuntura di oggi.

 

CHE FINE FARA LA CAPACITA DI ASCOLTO?

Dopo un viaggio nel passato e progressivo ritorno al presente, proiettiamoci nel futuro. E domandiamoci: “Ma che fine farà la capacità di ascolto?”.

Come il lettore avrà compreso il destino di una medicina è spesso segnato dagli strumenti con cui quella stessa medicina cerca di difendere la salute delle persone.

La medicina cinese cerca di farlo con i sottilissimi aghi di agopuntura che sono rimasti sempre uguali da centinaia di anni.

La medicina occidentale cerca di farlo con il bisturi, che un tempo era un coltellaccio da cucina, poi è divenuta una lama finissima, oggi è un bisturi elettrico, ma anche la radioterapia, la chemioterapia, gli antibiotici, i farmaci biologici. Se si osserva con attenzione, tutti questi strumenti terapeutici hanno una unica funzione: TOLGONO.  E con il passare dei secoli e dei decenni, la capacità di togliere si è sempre più raffinata. E tanto più raffinatamente posso togliere, tanto più raffinatamente devo sentire per togliere solo quello che serve, niente di più.

Così il destino della capacità di sentire in medicina è legato a doppio filo all’evolversi degli strumenti terapeutici.

Azzardando una previsione possiamo dire che la medicina occidentale avrà sempre meno bisogno di un medico che sente e sempre più bisogno di una macchina che sente. La macchina può sentire e vedere cose necessarie per orientare gli strumenti terapeutici del futuro. Grazie all’intelligenza artificiale l’uomo è già oggi in grado di rimuovere piccolissime parti del corpo. Ma per guidare i bisturi del futuro sono necessari sensi ultra umani.

Affidare questi bisturi alle mani di un chirurgo sarebbe come affidare un fucile di precisione a me che non vedo bene. Colpirei con precisione il bersaglio sbagliato.

 

E QUINDI IL MEDICO COSA FARA?

Tante mansioni mediche saranno presto sostituite dall’intelligenza artificiale: sia diagnostiche sia terapeutiche. L’esecuzione di interventi chirurgici, la prescrizione di farmaci e presto anche la fisioterapia. Per chi non lo sapesse, la delicata mobilizzazione post chirurgica degli arti viene fatta con una “macchina”, nota come Kinetec.

Ma le macchine anche se intelligenti potrebbero avere un problema. Potrebbero non essere in grado di decidere di percorrere strade interpretative “non ordinarie”. Potrebbero non essere capaci di pensare che sia utile sentire ciò che apparentemente non sembra correlato al problema.

Se il medico sarà abbastanza umile, rimane ancora tanto da fare per lui.

Il medico dovrà cominciare a sentire ciò che non ha mai sentito, dovrà rivolgere la sua attenzione a ciò a cui non l’ha mai rivolta.

 

A CHE COSA IL MEDICO NON PRESTA ATTENZIONE DA TEMPO?

A questo punto ammetto di non avere risposte certe. Ho la certezza che questa è la domanda su cui lavorare, ma non sono in grado di darle una risposta.

Posso solo umilmente osservare.

Guardare cosa accade quando medico visita. Prendere nota di dove guarda e soprattutto di dove “non” guarda.

Il medico non guarda la superficie corporea. Delega questo compito al dermatologo e all’estetista, che tuttavia non pongono attenzione alla superficie corporea in modo diffuso, ma piuttosto alle lesioni o ai difetti della pelle. Si occupano della pelle e non del corpo attraverso la pelle.

Il medico non pone più attenzione alla psiche. Delega questo compito allo psicologo, che tuttavia non sempre è abituato a osservare il funzionamento della psiche come espressione del funzionamento del corpo.

 

CONCLUSIONE: COSA DIREI AD UN GIOVANE MEDICO

Così mi trovo a concludere questo articoletto con un piccolo artifizio retorico.

Immagino di scrivere una lettera ad un giovane studente di medicina, ad un giovane medico. Come i vecchi amano fare con i giovani, cerco di parlargli del futuro e di dargli un suggerimento. E gli dico:

“La storia della medicina occidentale è sempre stata così: il medico inventa macchine che facciano al suo posto e meglio di lui qualcosa. Le macchine imparano a farlo e a quel punto il medico saggio lascia che le macchine facciano quello che sanno fare e si occupa di imparare a fare altro.

Quindi, ti consiglierei di imparare a curare l’interno del corpo attraverso l’esterno, sfruttando la rete che collega le parti del corpo. Studia e impara l’arte dell’agopuntura. Di imparare a curare la parte materiale di una persona, il corpo, attraverso la parte non materiale della stessa, la mente. Studia e impara l’arte della psicoterapia”.

 

 

 

2018-05-28T21:32:31+00:00
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