COME IL TAI CHI RESE I MEDICI MIGLIORI

La pratica quotidiana del Tai Chi, secondo l’antica medicina cinese, faceva parte del curriculum tradizionale di un buon medico. Questa abitudine offriva (e offre) al medico un’opportunità unica per prendersi cura di sé e al tempo stesso prendersi cura in modo più efficace degli altri.

Spesso si parla dei benefici che la pratica quotidiana del Tai Chi può avere per chi soffre: i pazienti. In questo articolo mi sono occupato dei benefici che questa stessa pratica può avere per chi sta dall’altra parte dell’ago: il medico. Ho raccolto quello che i miei maestri mi hanno insegnato e quello che la mia pratica quotidiana mi ha rivelato e mi rivela.

 

LA PRATICA QUOTIDIANA DEL TAI CHI: QUATTRO BUONI MOTIVI

Il medico ha da sempre un ruolo importante nella società umana. A lui le persone si rivolgono nel momento del bisogno, quando soffrono o rischiano di perdere la vita. Per svolgere al meglio questa delicata professione gli antichi medici cinesi avevano l’abitudine di praticare quotidianamente il Tai Chi. Da esso, infatti, dicevano di trarre quattro importanti aiuti:

  • curavano se stessi,
  • conoscevano l’uomo,
  • conoscevano la natura (il cosmo),
  • rendevano il proprio corpo e la propria mente strumenti di cura.

 

MEDICO “CURA TE STESSO”

Il medico era (ed è) un essere umano e come tutti gli esseri umani viveva (e vive) oscillazioni quotidiane delle proprie funzioni psico fisiche. Momenti di grande benessere si alternavano a momenti di grande malessere e a tutte le sfumature comprese tra questi due estremi. Anche al medico poteva accadere di aver bisogno di chiedere aiuto ad un medico. Non c’era nulla di male, nulla di cui vergognarsi.

Tuttavia, soprattutto in passato, poteva accadere che in un villaggio ci fosse un solo medico, che quindi nel momento del bisogno non poteva contare  sull’aiuto di un altro medico. Assentarsi dal lavoro per prendersi cura della propria salute avrebbe messo a repentaglio la vita dei suoi assistiti. Fu così che i medici dell’antichità si occuparono di apprendere non solo come prendersi cura degli altri, ma anche come prendersi cura di se stessi.

E i due processi di cura si rivelarono due processi completamente diversi.

 

CURARE GLI ALTRI E SE STESSI: DUE ARTI DIVERSE

La cura degli altri e la cura di se stessi si rivelarono (e sono tuttora) due procedimenti completamente diversi.

Due pratiche distinte.

Quando curava un’altra persona il medico si serviva di quello che i suoi sensi percepivano. Secondo i quattro metodi diagnostici il medico guardava e osserva, auscultava e olfattava, domandava e sentiva, toccava. In base alle informazioni che “raccoglieva”, egli formulava una valutazione e sviluppava una prognosi e una terapia. Poteva trattarsi di una ricetta di farmacologia, di una ricetta di agopuntura, di un massaggio o di una prescrizione dietetica.

Quando curava se stesso non poteva usare i propri sensi per percepirsi e valutarsi come avrebbe fatto con un’altra persona. Se anche avesse applicato i quattro metodi diagnostici non avrebbe potuto considerare affidabili le informazioni raccolte.

Se voleva curare se stesso, il medico doveva, dunque, percepire se stesso con altri recettori. Per farlo ricorse alla “propriocezione” e ai “propriocettori”. L’esistenza di tali “recettori di noi stessi” oggi è scientificamente dimostrata (vedi ad esempio i fusi neuromuscolari).

 

TERAPIE COMPLESSE PER GLI ALTRI E  SEMPLICI PER SE STESSI

Se si confrontano i due processi terapeutici, la cura degli altri e la cura di se stessi, un dettaglio salta agli occhi: per curare gli altri il medico usava molti strumenti, per curare se stesso nessuno. Per curare gli altri usava gli aghi, i rimedi farmacologici, il massaggio, il cibo. Per curare se stesso, invece, ricorreva a semplici sequenze di movimenti, la pratica quotidiana del Tai Chi.

Per curare gli altri, che non poteva mai dire di percepire in modo “pieno”, il medico di un tempo ricorreva a strumenti di cura che compensassero la sua limitata percezione (le terapie). Per curare se stesso, se imparava a percepirsi con i propriocettori, si ascoltava mentre si muoveva ed era sufficiente.

Tanto più accurata era la percezione, tanto più semplice era la cura. Tanto meno accurata era la percezione, tanto più complessa era la cura.

 

IL TAI CHI COME BOXE DELL’OMBRA

Nelle arti marziali, e così anche nel Tai Chi, si dice che l’avversario più difficile per un praticante sia la propria ombra. Una traduzione comune dell’espressione Tai Chi è proprio “Boxe dell’ombra”. È con l’ombra, che i medici di un tempo combattevano. L’ombra era la tentazione di valutare se stessi guardando la propria ombra e non ascoltando il proprio corpo.

Valutare se stessi tramite i propriocettori infatti consentiva di attivare determinate reazioni riflesse. Al contrario, valutare se stessi tramite i cosiddetti eterocettori (occhi, naso, orecchie, tatto) attivava altre reazioni. L’effetto era che, nel primo caso si attivavano reazioni che squilibravano, nel secondo caso reazioni che equilibravano.

Tuttavia, la tentazione era forte. Quei grandi medici di un tempo sapevano bene che in noi c’è la tendenza a valutare noi stessi nello stesso modo in cui valutiamo gli altri.

Era una tendenza irresistibile. Non sarebbe mai morta. L’ombra avrebbe camminato sempre al loro fianco. Dovevano solo ricordarsi di evitare di prestarle fiducia.

Gli antichi chiamavano questa eterna lotta: ricordarsi di sé.

 

IL PRINCIPIO TERAPEUTICO DEL TAI CHI

Ma qual era (e qual è) il principio terapeutico alla base del Tai Chi?

Molto semplice: l’ascolto contemporaneo di se stessi e del mondo intorno a noi genera una irresistibile tendenza (riflessa) ad ammorbidire ciò che è troppo rigido e rinvigorire ciò che è troppo morbido. Così le parti del corpo tendevano automaticamente a ritornare alla loro forma e funzione originaria dopo la pratica quotidiana del Tai Chi.

Noi uomini siamo come una canna: il vento ci sbatte e ci piega, ma noi tendiamo inevitabilmente a riprendere il nostro allineamento con le forze del cielo e della terra.

 

LE CARATTERISTICHE ESSENZIALI DEL TAI CHI CHE CURA

Affinché il praticante potesse (e possa) ottenere l’effetto curativo del Tai Chi, era (ed è)  necessario che rispetti alcuni accorgimenti pratici. Altrimenti si sarebbe ritrovato a praticare una ginnastica “vuota”. Al tempo stesso se una ginnastica che non fosse il Tai Chi veniva praticata curando i seguenti dettagli, poteva rivelarsi efficace nel curare tanto quanto il Tai Chi.

  1. Praticare lentamente
  2. Ripetere
  3. Tutti i giorni
  4. Movimenti che coinvolgono arti superiori e inferiori

Sono esistiti (ed esistono) numerosi “stili” di Tai Chi. Le sequenze di movimenti potevano differire di molto tra uno stile e l’altro. Tuttavia, se erano rispettati i principi di cui sopra gli effetti del Tai Chi non avrebbero  tardato ad arrivare.

 

EFFETTI A LENTA INSORGENZA

Secondo la tradizione, le pratiche di allenamento potevano essere distinte in “pratiche tendini” e “pratiche muscoli”.

Una pratica muscoli era il sollevamento pesi. Dopo poche settimane di allenamento i muscoli si gonfiavano e la forza aumentava. Tuttavia, se si terminava l’allenamento gli effetti svanivano con la stessa velocità con cui erano arrivati.

Una pratica tendini, invece, si distingueva in quanto gli effetti erano lenti a maturare, ma quando giungevano erano irreversibili. Era richiesta  una pratica costante per ottenere quanto desiderato. I tendini si allungavano, non perché erano “stirati”, ma perché venivano “riprogrammati”. La misura dei tendini cambiava e la postura con essa. Se cambiava la postura, cambiava anche la fisiologia degli organi interni e con essa la qualità di vita e il modo di percepire e reagire alla realtà. Più elasticità nelle cadute, respiri più profondi e ossigenanti, battiti cardiaci più decisi, minor consumo di energia da parte dei muscoli e minor dispendio di energia nell’alimentare le contratture muscolari.

È così che la pratica quotidiana del Tai Chi aiutò i medici di un tempo a mantenersi in salute.

 

EFFETTI A RAPIDA INSORGENZA

E quando invece i medici di un tempo avevano bisogno di curarsi rapidamente, potevano ancora ricorrere al Tai Chi? I problemi di salute potevano essere curati o solo prevenuti?

La pratica quotidiana del  Tai Chi fu per i medici di un tempo anche una “medicina” per tutti i giorni.

Quando praticavano il Tai Chi, apprendevano l’arte di stimolare corpo e  mente a reagire ai problemi di salute per curarli.

Grazie alle sequenze di movimenti i medici di un tempo curavano i propri problemi di salute nel momento in cui si manifestavano. Avevano imparato a lasciare che corpo e mente si autoregolassero e autoriparassero.

Se il corpo percepiva un’infiammazione, aveva imparato a sfiammarla. Se percepiva un rallentamento, aveva imparato ad accelerarlo. Se percepiva una rigidità, aveva imparato a rilassarla.

Se la mente si percepiva rapita da pensieri li abbandonava. Se si percepiva avvolta attorno ad un ricordo, lo digeriva e se ne separava.

Quei medici avevano imparato a non fare affidamento sulla forza di volontà, ma sulla capacità autoregolativa.  

 

IL LIBRO PIU’ ACCURATO SU CUI STUDIARE L’UOMO

Praticare il Tai chi regolarmente fu anche uno strumento essenziale per aiutare i medici ad apprendere come funzionava l’essere umano e, quindi, come poteva essere “aiutato” a ripararsi.

In passato i libri non esistevano o ne erano disponibili solo poche copie. Qualcuno potrebbe pensare che quindi i medici fossero ignoranti. Se un medico non poteva studiare sui libri il funzionamento normale del corpo umano, come avrebbe mai potuto pretendere di correggerne il funzionamento patologico?

Ebbene, i medici di un tempo preferirono (forse per scelta, forse per necessità) studiare l’uomo vivo in modo diretto. Ossia non mediato da immagini, parole o interpretazioni altrui. Praticare le sequenze di movimento del Tai Chi e vivere la vita di tutti i giorni, fornì a quei medici una conoscenza dettagliata del funzionamento del corpo e della mente umani.

Quello che i medici acquisirono non fu una conoscenza “nozionistica”, ma operativa.

La differenza tra i medici di un tempo e noi medici moderni è che loro “conoscevano” per esperienza diretta tramite il sentire, noi “conosciamo” per esperienza indiretta tramite il capire.

 

CONOSCERE LA NATURA (IL COSMO)

Grazie alla pratica quotidiana del Tai Chi, i medici di un tempo avevano anche un’altra grande opportunità. Potevano imparare a relazionarsi con la natura ossia con quelle che chiamavano le “forze cosmiche”. La natura agisce costantemente sull’uomo. A quest’ultimo spetta decidere se imparare a cavalcare le forze della natura o cercare di porre loro resistenza.

Quando gli antichi medici praticavano i movimenti lenti del Tai Chi avevano una percezione aumentata delle forze della natura. La forza di gravità innanzitutto, ma anche il caldo e il freddo, il vento e l’umido. Quando ci si muove velocemente tutti questi dettagli sfuggono. La lentezza favorisce il sentire, la velocità lo inibisce.

Il medico che praticava il Tai Chi tutti i giorni imparava a conoscere i potenziali effetti patogeni delle forze della natura e come reagire ad esse. Al tempo stesso imparava a farsi sospingere da quelle stesse forze e ad usarle a suo vantaggio: nella cura di sé e nella cura degli altri.

 

TERAPIE SINTONIZZATE CON LA NATURA

La pratica quotidiana del Tai Chi consentiva al medico di rimanere sempre aggiornato sull’intensità delle forze della natura, giorno per giorno. In questo modo poteva adeguare le sue terapie ai cambiamenti climatici in corso.

Per un medico occidentale, questo aggiornamento meteorologico sembra di poco conto. Quando un batterio “ha attaccato” il corpo di una persona c’è una sola cosa da fare: sterminarlo. A quel tempo, invece, i medici agivano su un altro fronte: rendere il corpo capace di eliminare il problema da sé. E per mantenere vive e attive le capacità difensive del corpo era necessario ricorrere a formule diverse in base al tempo atmosferico. Ecco perché la pratica quotidiana del Tai Chi era così importante.

Il medico di un tempo non confidava sulla conoscenza definitiva dell’uomo e del cosmo, ma sulla osservazione costante della loro relazione.

 

RENDERE IL PROPRIO CORPO E LA PROPRIA MENTE STRUMENTI DI CURA: IL MEDICO COME MEDICINA

Ultimo effetto della pratica quotidiana del Tai Chi sulla vita e la professione dei medici del passato era rendere il corpo e la mente veri e propri strumenti di cura.

Curare gli altri richiedeva una mente e un corpo adeguati.

Il corpo doveva essere allenato a sentire: gli occhi a vedere, le orecchie a udire, il naso ad annusare, il tatto a sentire.

La mente era doveva essere allenata a percepire tutte le informazioni che le derivano dai sensi.

I muscoli capaci di movimenti forti e ampi e al tempo stesso delicati e piccoli. Dovevano essere pronti a svolgere azioni pesanti come sollevare, manipolare, ridurre, alzare, tagliare con forza, ma al tempo stesso azioni leggere come sfiorare, stimolare, incidere, suturare, sfregare con delicatezza.

Era necessario saper gestire le proprie emozioni, i propri pensieri e più in generale i propri limiti.

I sensi dovevano essere “affinati” sia per sentire il paziente sia per sentire la natura nella quale il medico di un tempo cercava i rimedi per salvare vite e lenire sofferenze.

 

 CONCLUSIONE

Oggi il medico ha abdicato un parte delle sue mansioni alle macchine e qualcuno potrebbe pensare che possa concedersi di presentarsi al lavoro stanco e confuso. In realtà non è così. Le macchine vanno coordinate e la finezza della medicina moderna richiede una raffinata abilità in termini di relazione e comunicazione con le persone.

Così, a mio avviso, i medici di un tempo rimangono esempi fulgidi anche per il medico moderno. La loro preparazione era completa: mente, corpo, pensare, sentire e agire.

La pratica quotidiana del Tai Chi aiutò i medici di un tempo a raffinare la loro abilità nel far interagire mente e corpo, per mezzo dei sensi.

In quei tempi il medico era la medicina e la medicina era il medico.

2018-06-19T15:03:59+00:00
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