L’ ARTE BONSAI MI HA INSEGNATO L’ARTE DELLA CURA

L’ arte bonsai mi ha insegnato l’arte della cura di me stesso e degli altri. In particolare mi ha fatto capire che tre sono le competenze che fanno “la” cura: mantenersi/e in vita, continuare una vita, cambiare vita. È stata una lezione dura da imparare. Ancora oggi ogni tanto mi sento smarrito. Tuttavia, se un giorno sarò ministro dell’università, proporrò che a tutti gli studenti di medicina venga affidata la cura di un bonsai. Anzi … a tutti i maggiorenni.

 

L' arte bonsai insegna l' arte della cura

PREMESSA: NON SONO UN MAESTRO, MA … UN ASPIRANTE DILETTANTE

Non sono un maestro di arte bonsai. Mi piacerebbe! Al momento sono fermo al livello di apprendista dilettante.

Amo i bonsai e passerei ore a guardarli. Quelli belli e quelli brutti. Li osservo, imponenti nei loro piccoli vasi o  adagiati su eleganti vassoi.

Come tutti gli apprendisti dilettanti, ogni tanto porto a casa una piccola pianta e provo a prendermene cura. In più sono un medico e come tale ho il brutto vizio di essere attivissimo soprattutto nelle situazioni gravi … per poi distrarmi quando tutto sembra andare bene.

Così, le mie considerazioni sono quelle di un medico sempre alla ricerca di problemi da risolvere … che ha ricevuto da questi alberi impavidi lezioni essenziali e sempiterne sulla cura, la vita, la morte, la guarigione, la malattia.

 

MANTENERE IN VITA (LA PRIMA COMPETENZA DELL’ARTE BONSAI)

La prima competenza che ho maturato grazie all’arte bonsai è stata quella di mantenere in vita un bonsai.

E non è stato semplice.

Innanzi tutto, non mi ero reso conto che dovevo affrontare maturare questa competenza. Pensavo al bonsai come ad una piantina che sopravvive da sola, mentre io mi sarei occupato di abbellirla.

E mi sbagliavo. L’arte (bonsai) non può evolvere se prima non si è capaci di mantenere in vita (un bonsai).

La mia mente, da aspirante dilettante, oscillava tra la contemplazione estatica del piccolo albero e l’ambizione di fare qualcosa per rendere il bonsai migliore di come lo avevo trovato.

Con gli occhi rivolti dentro di me osservavo le mie ambizioni, innaffiavo in modo quasi automatico le piccole piante e non mi spiegavo come mai dopo un po’ di giorni queste cominciavano a perdere foglie (è così che ho scoperto che esiste anche l’eccesso di acqua ossia l’eccesso di cura!).

 

IL DIALOGO INTERIORE DELL’APPRENDISTA DILETTANTE

Come mai il bonsai perde le foglie? Eppure l’ho innaffiato …

Forse dovevo metterlo in una posizione più luminosa … o … meno luminosa?

Forse dovevo concimarlo? Eppure lo avevo anche concimato …

Forse dovevo potarlo? Eppure lo avevo anche potato …

Ma il bonsai continuava a dare segni di sofferenza. Perdeva foglie e splendore. E io, che volevo renderlo migliore, in realtà in qualche modo lo stavo rendendo peggiore. Lo stavo facendo soffrire … forse morire.

E in effetti alcune piante mi hanno fatto questo dispetto. Hanno continuato a soffrire, fino a morire, portando con sé il segreto di quello che avrei dovuto fare per mantenerle in vita e che non sono riuscito a fare.

 

LA SCOPERTA DELL’ALTRO (OSSIA DEL BONSAI)

Tutto cambiò quando cominciai a vedere la realtà dal punto di vista del bonsai e non dal mio punto di vista.

Prima innaffiavo per soddisfare il mio bisogno di innaffiare. Dopo cominciai a innaffiare per soddisfare il suo bisogno di bere.

Sulle piante si dicono tante cose.

Ma mi resi conto che stava a me … decidere se ascoltare quello che si dice sulle piante o quello che le piante mi dicevano.

 

CONTINUARE UNA VITA (LA SECONDA COMPETENZA DELL’ARTE BONSAI)

La seconda competenza che ebbi l’opportunità di maturare grazie all’arte bonsai fu continuare una vita avviata da qualcun altro.

Se si decide di dare inizio alla vita di un bonsai partendo da un seme o da una talea, questo problema non si pone. Siamo noi gli umili compagni di vita di quel bonsai fin dall’inizio. Siamo noi e lui.

Ma ci sono altre possibilità.

Si può partire da una pianta che ha già una sua vita, magari vissuta in natura, oppure da una pianta in vaso che è stata coltivata da qualcun altro, in un’altra casa, in un’altra serra, in un altro luogo. In quel caso primo o poi un problema emerge. Anzi, emerge sempre.

I rami si allungano in tutte le direzioni, le radici occupano tutto il vaso e … prima o poi straripano fino a  fuoriuscire dai fori di drenaggio. Insomma, il bonsai, come un essere umano, ha bisogno di avere una direzione.

Così accade che ci si debba porre il problema di che forma (far) assumere, che direzione (far) percorrere. Cercare di allinearsi con quanto il nostro predecessore ha fatto, non è sufficiente. Chi ha portato quel bonsai o quella pianta a quel punto della sua vita, lo ha fatto in un contesto diverso e irripetibile per noi. Sia esso stato Madre Natura o un altro essere umano.

Così, una cosa è certa: se si vuole continuare, bisogna correre il rischio di cambiare.

A quel punto, da aspirante dilettante di arte bonsai mi trovavo a oscillare nuovamente tra due possibilità: non prendere nessuna strada o continuare lungo tutte le strade.

Il che significa: non potare nessun ramo o tenere tutti i rami. Che è la stessa cosa!

Eh si … perché la parola magica a questo punto è “potare”. Tagliare, recidere, rinunciare per sempre ad un ramo. Dire una volta per tutte “no, in quella direzione non andrò, quella forma non la assumerò”.

Fu allora che imparai che per assumere una forma, percorrere una direzione, raggiungere un obiettivo … il primo passo da fare è smettere di adoperarsi per assumere altre forme, percorrere altre direzioni, raggiungere altri obiettivi. Il secondo è dare alle scelte fatte il tempo per maturare.

E questo ci porta a due azioni importanti nell’arte bonsai: potare e osservare senza intervenire.

 

POTARE I RAMI

Tagliare un ramo! La prima volta che ho potato, seriamente, è stato un vero e proprio turbinio di emozioni. Potare seriamente significa andare oltre un semplice sfoltimento, significa toccare i rami grossi, fare scelte che cambiano il profilo del bonsai.

Come dicevo prima, fu un turbinio di emozioni e stati d’animo:

  • Il dubbio: faccio bene o faccio male.
  • Il dolore: non potrò più tornare indietro.
  • Il piacere: tagliare e abbandonare fa sentire bene.
  • L’ansia: riuscirò a fermarmi?

La lama della cesoia o della forbice incide la corteccia, penetra nel rametto e poi … tac! Reciso. Eppure in quel rametto non c’era nulla che non andasse. Era un buon ramo. Ma … se non rinunciavo a lui non ci sarebbe stata energia sufficiente per andare oltre ad una comune sopravvivenza e aspirare ad una storia.

 

OSSERVARE SENZA INTERVENIRE

A questo punto diventa necessaria un’altra azione. Ossia osservare senza intervenire o, meglio ancora, fare attivamente nulla.

È un’azione necessaria, semplice ed economica, ma al tempo stesso difficilissima e onerosa.

È necessaria per dare tempo alle scelte fatte di maturare. Difficilissima in quanto dopo aver potato si sperimenta che anche senza alcuni rami l’albero vive e anzi, rifiorisce. Così comincia ad emergere il dubbio che forse si potrebbe rinunciare a qualcos’altro!

Insomma, si rischia di essere vittime della sindrome da “adesso butto tutto”.

È in quel momento, invece, che bisogna saper attendere la risposta del bonsai.

L’arte bonsai nei fatti non è dissimile da un dialogo. Ad ogni mossa dell’essere umano segue una risposta del bonsai. Ad ogni mossa del bonsai segue una risposta dell’essere umano che se ne prende cura.

Così, oggi posso dire che quello che l’arte bonsai mi ha insegnato è stato fare una mossa alla volta e attendere che il bonsai risponda.

 

CAMBIARE VITA (LA TERZA COMPETENZA DELL’ARTE BONSAI)

La terza competenza che ho appreso (o tentato di apprendere) grazie all’arte bonsai è stato cambiare vita. Tutto in una volta. Dal nero al bianco, dal bianco al nero.

Questo accade quando il bonsai sembra prendere una brutta piega o quando si eredita un bonsai in condizioni già difficili.

In questo caso, è il bonsai stesso che sembra dire “scuotimi”.

Se tutti i bonsaisti fossero ottimi bonsaisti tutto ciò non succederebbe. Ma ci sono molte persone che si avvicinano all’arte bonsai quando non sono ancora capaci di dialogare con il bonsai (come è capitato a me!).

La piccola pianta in vassoio manda richieste di aiuto. Le foglie cadono, si seccano in punta, diventano gialle, il terreno rimane umido, un ramo si secca. Tuttavia, l’apprendista dilettante dell’arte bonsai non si rende conto di quanto sta accadendo. E non reagisce, non risponde.

Il tempo passa!

E se non c’è una reazione dell’essere umano, la situazione può diventare critica. Così critica che o si interviene in modo radicale e deciso oppure si rischia che il bonsai … si ritiri nella terra per sempre.

 

IL RINVASO

E’ a questo punto che ho scoperto l’arte del rinvaso. In caso di una pianta normale, rinvasare significa semplicemente estrarre una pianta dal suo vaso e sostituire la terra che rimane nel vaso con terra nuova. A volte si sostituisce il vaso stesso con uno di diametro più grande.

Nell’arte bonsai, invece, il rinvaso è qualcosa di più.

La pianta viene estratta dal suo vaso. La terra a cui sono avvinghiate le radici viene rimossa completamente. Piano piano emerge una sorta di lunga chioma fine, fatta appunto dalle radici. Una volta messe a nudo, le radici vengono potate. La potatura a volte può essere drastica. Radici lunghe 20 cm sono accorciate a 5 cm.

A quel punto il vaso viene riempito di terra nuova e in essa è alloggiato il bonsai con le radici tagliate. La terra viene abbondantemente innaffiata e il tutto è la lasciato riposare per 6 o 7 giorni.

Il rinvaso è una pratica comune nell’arte bonsai. Ripetuta a cadenza variabile, a volte anche ogni anno.

 

POTARE LE RADICI

Tuttora, quando mi capita di rinvasare una pianta che soffre oppure una pianta per cui è ora di procedere al rinvaso, provo un senso di grande “forza”.

Le radici sono sottili filamenti che si muovono nell’oscurità della terra e da essa estraggono sostanze nutrienti di ogni tipo. Sono il modo in cui l’albero prende da fuori e porta dentro. Sono come un intestino.

Al tempo stesso le radici sono come i filamenti delle cellule neuronali che percepiscono il terreno e le sostanze messaggere disciolte in esso.

Grazie alle radici le piante mangiano e dialogano.

Perché potare le radici?

Domanda difficile. Per il momento non so rispondere. Mi limito ad eseguire quanto previsto.

Posso solo condividere una riflessione.

La prima volta che ho potato le radici mi sentivo come chi infligge una ferita mortale … attendevo l’esito infausto. E, invece, privato di una gran parte delle radici il bonsai ripartì più goloso di vita che mai.

Così mi è venuta in mente l’immagine del coraggio. Il coraggio di lasciare ciò che hai già assorbito e assimilato, per ricominciare da capo con occhi nuovi, pronti ad assorbire “cose” nuove e a digerirle in “modo” nuovo.

2018-07-05T15:59:23+00:00
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